In Italia nel settore domestico e assistenziale lavorano un milione e seicentomila immigrati. Prevalentemente donne, quasi sempre sono o sono state irregolari. Un’imponente ristrutturazione della cura a domicilio degli anziani, gestita dalle famiglie, ma tollerata e sussidiata dai poteri pubblici.

IMMIGRAZIONE E WELFARE INVISIBILE

Le tragedie del Mediterraneo e gli sbarchi sulle coste italiane stanno comprensibilmente catalizzando l’opinione dei media, dell’opinione pubblica e degli attori politici. Ma rischiano di produrre un’immagine distorta dell’immigrazione in Italia, dei nuovi arrivi e della stessa immigrazione irregolare.
Rispetto ai circa 100mila tra migranti e richiedenti asilo sbarcati dal 2011 a oggi, molto più cospicuo è un altro fenomeno, così silenzioso e connesso alla vita quotidiana da passare quasi inosservato: l’assorbimento di immigrati nel settore domestico e assistenziale. Secondo una ricerca Censis-Fondazione Ismu svolta per conto del ministero del Lavoro e del welfare, nel settore lavorano a vario titolo e con diverse posizioni contrattuali 1,6 milioni di immigrati, in larga maggioranza donne. In gran parte sono o sono stati immigrati irregolari. Va ricordato infatti che le lavoratrici domestiche-assistenziali sono state le principali beneficiarie delle due ultime sanatorie (2009: Berlusconi-Maroni; 2012: Monti) e hanno largamente fruito anche della precedente grande sanatoria del 2002, nota come Bossi-Fini.
Il fenomeno si collega al funzionamento del welfare italiano e più in generale sud-europeo, come ho illustrato in un recente libro. (1) Il fallimento della regolazione dell’immigrazione straniera e il reiterato ricorso a misure di sanatoria si spiega con la formazione di quello che può essere definito welfare parallelo, o invisibile.
Specialmente nell’Europa meridionale, il regime delle cure si organizza tuttora intorno al ruolo centrale delle famiglie, e più precisamente delle donne, come mogli e madri prima, come figlie di genitori anziani dopo. Alla crescita della partecipazione femminile al lavoro extradomestico non ha corrisposto né un adeguato sviluppo dei servizi pubblici, né una sufficiente redistribuzione dei compiti all’interno delle famiglie. La cura di bambini, anziani, ammalati, così come delle abitazioni e dei servizi necessari per la vita quotidiana (acquisti, preparazione dei pasti, manutenzione degli abiti, e via elencando) continua a pesare principalmente sulle donne adulte. In questo regime delle cure, le politiche sociali non solo sono comparativamente meno sviluppate, ma consistono anche prevalentemente intrasferimenti di reddito: pensioni concesse con una certa generosità e indennità a favore delle persone con seri problemi di autosufficienza, non selettive in relazione al reddito e alla struttura familiare.
Le famiglie hanno quindi compensato la ridotta disponibilità di tempo ed energie femminili ricorrendo all’assunzione di aiuti domestici. C’è chi ha parlato di una rivoluzione post-femminista: le donne non hanno conquistato l’uguaglianza, socialmente viene ancora loro richiesto di farsi carico di molti servizi rivolti alle persone e alla sfera domestica, ma alleviano il peso ricorrendo al lavoro salariato di altre donne.
La disponibilità di lavoratori (ma soprattutto lavoratrici) provenienti dall’estero, a sua volta, ha alimentato la domanda. Per molte famiglie, specialmente quelle con anziani e minori da accudire, è diventata una prassi normale affidare i propri cari a persone estranee, spesso arrivate di recente e prive dei documenti idonei a risiedere e lavorare nel paese ricevente. Le reti degli immigrati e altre istituzioni mediatrici hanno favorito l’incontro fra le parti.
Si è sviluppato in sostanza, dal basso, un imponente e misconosciuto fenomeno di ristrutturazione dell’assistenza a domicilio degli anziani, gestita direttamente dalle famiglie al di fuori degli schemi di regolazione pubblica del settore, ma tollerata e sussidiata dai poteri pubblici.

QUANDO NON C’È ALLARME SOCIALE

Si può dire che nei confronti di certi immigrati in condizione irregolare l’allarme sociale si attenua, mentre si innalza l’accettazione. La mancanza di documenti idonei al soggiorno e al lavoro viene allora percepita come un problema minore, a volte persino come un vantaggio. La costruzione sociale della pericolosità degli immigrati irregolari si rivela selettiva: molto dura per alcuni, più tollerante per altri. I controllori, in un modo o nell’altro, sono obbligati a tenerne conto. Considerazioni sociali, relative all’utilità e alla “meritevolezza” degli immigrati, o viceversa alla loro pericolosità o nocività per il decoro delle città, entrano in gioco, condizionando le pratiche di controllo, trattenimento e deportazione.
La tolleranza verso le persone, soprattutto donne, occupate in attività domestiche e assistenziali trova posto in questo schema: malgrado risolute prese di posizione, in pratica è molto raro che vengano arrestate, trattenute ed espulse in qualità di immigrate irregolari. Non tutti gli immigrati non autorizzati sono uguali, e non tutti vengono trattati allo stesso modo.

(1) Vedi M. Ambrosini, Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere, Bologna, Il Mulino, 2013.

Fonte: LaVoce.info